La normativa dei depuratori d’acqua

Il riferimento normativo in materia di depuratori d’acqua è rappresentato dal decreto ministeriale n. 25 del 22 marzo del 2012 relativo al trattamento dell’acqua potabile, che ha preso il posto del decreto ministeriale 443/90.

Tale decreto trova applicazione non solo nel settore della ristorazione ma anche in ambito domestico, il che vuol dire che è valido per tutte le acque potabili che sono destinate al consumo umano, a prescindere dalla loro provenienza; non sono presi in considerazione, invece, i trattamenti per le acque tecniche. Ma che cosa dice il decreto?

Per esempio che l’utilizzo dei depuratori o di altri impianti non deve peggiorare la qualità dell’acqua che viene erogata rispetto alla qualità dell’acqua che viene fornita dalla rete idrica: potrebbe sembrare una banalità, visto che si ricorre ai depuratori proprio per migliorare la qualità, ma è scritta nero su bianco a livello legislativo.

Ciò vuol dire che non possono essere registrate variazioni in negativo tra l’acqua in ingresso e l’acqua in uscita.

Tra gli aspetti che meritano di essere presi in considerazione con la massima attenzione c’è quello che chiama in causa la carica batterica, dato che l’acqua di rete, di solito, è soggetta a quella che viene definita cloro copertura, che ha lo scopo di contrastare la proliferazione batterica e lo sviluppo microbico.

Perché si pone l’accento su questo aspetto? Perché molti depuratori comportano anche la rimozione del cloro con la loro azione filtrante: se è vero che tale procedimento ha lo scopo di rendere l’acqua più gradevole sul piano organolettico, è altrettanto vero che è indispensabile fare in modo che la sua purezza batteriologica non venga pregiudicata.

Gli accorgimenti tecnici che devono essere sviluppati e messi a punto in tal senso, per non far correre rischi agli utenti finali, spettano non solo ai produttori, ma anche agli assemblatori e agli importatori.

La legge precedente obbligava a utilizzare una lampada battericida a raggi Uv e imponeva altre prescrizioni tecniche, mentre la normativa attuale richiede semplicemente di dimostrare di aver operato al meglio, anche perché le lampade Uv non rappresentano più il solo modo che può essere sfruttato per eliminare i batteri.

Si ricorre, per esempio, ai sistemi impregnati di ioni di argento, ma anche alle membrane cave.

Va detto che la normativa che riguarda i depuratori di acqua prevede pochi e semplici vincoli dal punto di vista tecnico: per esempio la presenza di un by pass del sistema per gli impianti di trattamento – come gli addolcitori – che intercettano la conduttura principale.

Inoltre, viene richiesto che siano previsti dei punti di prelievo dell’acqua sia a valle che a monte del sistema e che l’acqua trattata non possa ritornare nel circuito principale.

Non c’è l’obbligo di ricorrere a un conta litri: ciò non vuol dire che non serve, ma semplicemente che se ne può fare a meno se si fa riferimento a una prassi alternativa che permetta di raggiungere lo stesso scopo.

Per ciò che riguarda gli importatori, gli assemblatori e i produttori degli impianti e dei depuratori, è richiesto il rispetto della legge relativa alla qualità dei materiali, i quali non devono rilasciare sostanze potenzialmente pericolose con il passare del tempo né risultare novici.

A tale scopo, tuttavia, non è sufficiente una autocertificazione: le analisi devono essere effettuate da un laboratorio che risulti accreditato al Ministero della Salute e che è tenuto a fornire un certificato ad hoc, il quale dovrà essere conservato e mostrato nel caso in cui le autorità del settore svolgano dei controlli.

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